Il mio intervento parte da un presupposto piuttosto semplice: nozioni come "biopolitica" o "biopotere" appaiono sempre più inadeguate e parziali nella concettualizzazione o descrizione dei dispositivi di assoggettamento alla base del comando capitalistico globale contemporaneo. Al di là dei significati specifici che possono emergere dall’opera foucaultiana, ciò che qui si vuole sostenere è che l’accento su tali nozioni ha finito per produrre, in buona parte del discorso radicale europeo, un approccio "race-blind" nella messa a fuoco della condizione sociale, politica ed economica dell’attuale capitalismo globale. È così che "biopolitica" e "biopotere" appaiono come concetti sempre meno adatti a cogliere l’esperienza "concreta" di vita e di lotta di ampi segmenti delle diverse popolazioni mondiali, Europa compresa, ovvero di quei gruppi e soggetti che vivono il razzismo e la raz-zializzazione della cittadinanza come una condizione primaria e integrale del loro sfruttamento. L’intervento suggerisce quindi di considerare il concetto di "necropo-litica" di Achille Mbembe - il governo attraverso il terrore e la morte (fisica e so-ciale) di una parte della popolazione come condizione minima della produttività (biopolitica) sociale complessiva - come dispositivo centrale sia dello sviluppo della sovranità moderna occidentale, sia dell’attuale comando capitalistico globale. Prodotto dell’intreccio tra capitalismo e colonialismo, della disseminazione globale della sovranità moderna occidentale nel periodo tardo-coloniale, la "necropolitica" è venuta sempre di più a configurarsi come il "rovescio costitutivo" delle tecnologie liberali e neoliberali di governo. Ciò che propongo qui, dunque, è di pensare i processi di gerarchizzazione della cittadinanza alla base dell’attuale logica neoliberale di accumulazione capitalistica, e nei diversi contesti sociali e territoriali, a partire da questo duplice dispositivo di governo, in cui la messa al lavoro della vita, la produzione di libertà, di concorrenza e di auto-imprenditorialità di una parte della popolazione è intrinsecamente connessa alla segregazione, al terrore, al disciplinamento, all’inferiorizzazione, all’incarcerazione e alla morte (fisica e sociale) di un’altra. Mi pare un presupposto necessario per ripensare quella che può essere chiamata la "condizione postcoloniale" anche in Europa.