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Sullo sfondo del lungo percorso di evoluzione delle tecniche tradizionali per l’approvvigionamento idrico in quella che Orazio definì, nel I sec a.C., «Apulia siticulosa», il saggio ripercorre i profondi cambiamenti avvenuti in Puglia nel periodo post-unitario con l’avvio di un complesso progetto di addomesticamento delle acque che ha portato alla realizzazione del più grande acquedotto d’Europa. Ciò ha segnato un mutamento profondo nel modo di concepire la tecnica e il progresso e il rapporto stesso delle comunità locali con il proprio territorio. Il saggio analizza le premesse, le strategie e le conseguenze di tale percorso di radicale cambiamento tecnologico, evidenziando il modo in cui la visione eroica della tecnica ad esso sotteso abbia generato un modello di sviluppo territoriale segnato da gravi problematiche ambientali e un paradigma di scarsità che si auto-alimenta. Di contro, il saggio illustra alcune recenti prospettive di recupero delle tecnologie idriche tradizionali all’interno di un nuovo progetto di sviluppo territoriale basato sulla valorizzazione di quel patrimonio stratificato (storico, territoriale e socio-culturale) che definisce l’identità dei luoghi.
Il saggio indaga uno studio locale finora inesplorato: il funzionamento dell’apparato di protezione antiaerea a Catania durante il secondo conflitto mondiale. Alla base dell’articolo vi è una ricerca originale, condotta su fonti inedite e conservate presso l’Archivio di Stato di Catania, l’Archivio Centrale dello Stato, la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze e il Museo dello Sbarco a Catania. Il focus è posto non sulla difesa attiva, ovvero l’artiglieria contraerea, bensì su quella passiva, comprendente tutti i mezzi impiegati per proteggere persone e cose. Dopo un breve resoconto delle misure adottate in città, lo studio analizza il principale strumento di difesa passiva: l’edilizia antiaerea. La galassia dei ricoveri antiaerei spaziava dagli ampi rifugi pubblici ai più ristretti ricoveri casalinghi, passando per i rifugi scolastici. Si documenta lo stato dei rifugi all’inizio e alla fine delle ostilità, analizzandone lo scarso livello di adeguatezza. Furono proprio i ricoveri antiaerei i luoghi simbolo della nuova quotidianità cittadina, stretta fra la costante minaccia aerea e le crescenti privazioni materiali. La prospettiva dei civili sulla guerra, in particolare quella aerea, viene restituita dai resoconti della Censura di guerra e della Questura. Da tali documenti emergono l’andamento del morale cittadino e, soprattutto, il progressivo scollamento che i bombardamenti alleati produssero fra regime e cittadini.
In questo contributo verranno indagati gli apparati informativi e contesti narrativi delle guide turistiche dedicate alla città di Rovereto prodotte nel XIX secolo. La comparazione di queste fonti ha permesso di mettere in evidenza le interpretazioni degli autori, i differenti contesti urbani e le diverse narrazioni dello spazio attorno alle quali si intrecciavano gli interessi delle committenze. Nel periodo preso in considerazione, Rovereto è stata un centro densamente popolato con una fiorente produzione manifatturiera, tra cui spiccava quella della seta, che l'aveva resa famosa in tutta Europa. Ma allo stesso tempo, si tratta anche di una cittadina italofona sotto il dominino austriaco in cui il sentimento culturale dominante borghese era quello italiano che, come accadeva in quasi tutto il Trentino, si traduceva in un certo sentimento anti-asburgico.
Fra i faldoni conservati nel fondo della Congregazione del Buon Governo depositato presso l’Archivio di Stato di Roma si possono annoverare molteplici fascicoli dedicati alla ristrutturazione e manutenzione del porto di Fano. Infatti, lo scalo fu oggetto di numerose attenzioni fin dalla prima epoca moderna per via della sua felice posizione. Affacciato sul mar Adriatico e comunicante con la via Flaminia, ossia il principale percorso congiungente Roma con Bologna e il resto d’Europa, l’approdo risultava strategico tanto per le comunicazioni quanto per i commerci. Uno degli ultimi incartamenti della collezione tratta dell’ottimizzazione del porto che si cercò di condurre a compimento all’inizio del XIX secolo, appena poco tempo prima che la discesa delle truppe napoleoniche costringesse lo Stato Pontificio alla sua prima dissoluzione dopo secoli di sopravvivenza. Seppur quindi la congiuntura non fosse affatto propizia, lo sforzo sostenuto dalle gerarchie papali testimonia il valore che l’ormeggio ricopriva per gli interessi nazionali: un’importanza tale da coinvolgere nella fabbrica idrostatici di fama (il capitano Giuseppe Castagnola e Pietro Zara), architetti papali (Virginio Bracci e Andrea Vici) e funzionari pubblici locali.
Gli studi sulla città di Candia devono fare i conti con la frammentarietà delle fonti e con il fatto che il patrimonio costruito di età veneziana è stato fortemente rimaneggiato o è scomparso. Il saggio indaga lo spazio urbano a Candia nel tardo periodo veneziano, una fase di poco precedente alla conquista ottomana, attraverso alcuni catastici inediti (XVI-XVII secolo) e il confronto con la storiografia e l’iconografia storica. Alla catalogazione dei toponimi riferiti a luoghi urbani è seguita una loro mappatura. Sono stati così esaminati da un lato i tipi di beni, gli edifici religiosi menzionati e la loro posizione – alcune ipotesi note di attribuzione sono state confermate e ne sono state avanzate di nuove – e dall’altro alcuni aspetti della suddivisione e dell’uso dello spazio: i luoghi coinvolti nei trasferimenti, l’organizzazione in contrade/parochie e l’analisi di alcune aree con vocazione specifica. La struttura dei catastici permette di mappare non l’esatta posizione delle proprietà, ma le macroaree in cui esse ricadevano: è possibile ricostruire quindi una geografia parziale del mercato immobiliare a Candia, identificando le aree maggiormente interessate dai passaggi di proprietà, e aggiungere nuovi strumenti per interpretare la città come processo spaziale, sociale, economico, politico ed edilizio.
Stretto tra quattro arterie del centro antico di Napoli, il complesso dei Gerolamini custodisce testimonianze storico-artistiche di assoluto rilievo e rappresenta esso stesso un’opera dalle dimensioni e dalla valenza storico-urbana di grande rilevanza. La mole oratoriana, risultato di una collaborazione plurisecolare tra più competenze e artisti, è il paradigma delle trasformazioni verificatesi nell’antico e regolare impianto urbano di Napoli quando, con la Controriforma, ebbe larga diffusione la pratica degli ordini religiosi del fare insula. Tra la fine del XVI e il XVIII secolo, il monumentale cantiere oratoriano cancellò, infatti, un’eterogenea compagine tardo-cinquecentesca di città, a sua volta sovrapposta alla ricca stratigrafia del centro antico di Napoli. L’iter di realizzazione dell’opera, rallentato da polemiche e processi civili, rende la fabbrica dei Gerolamini un osservatorio privilegiato per la conoscenza del paesaggio urbano partenopeo pretridentino, soprattutto grazie all’ausilio della ricca documentazione archivistica legata a vicende giudiziarie. Integrando la lettura di inedite fonti indirette con lo studio delle tracce fisiche, il contributo si propone di delineare la storia delle trasformazioni urbane dell’attuale insula oratoriana dall’antichità al tardo Cinquecento mirando a tessere legami tra informazioni frammentarie contenute in incisioni, cartografie, documenti di archivio e fonti bibliografiche per approdare ad un’organica sintesi interpretativa dell’evoluzione urbana del sito oratoriano. Registrando un’assenza di pubblicazioni esaustive sul tema e, in generale, di studi monografici sull’architettura del complesso, l’analisi dello stato dei luoghi prima della realizzazione della fabbrica dei Gerolamini si pone come imprescindibile e auspicabile punto di partenza per l’interpretazione di uno dei più importanti complessi partenopei e aggiunge preziosi elementi per la comprensione del pluristratificato paesaggio urbano partenopeo.
A tre anni di distanza dall’inizio della pandemia di Covid-19 è possibile fare il punto su alcuni elementi emersi dalla situazione globale, soffermandosi sulle pe-culiarità italiane: l’analisi restituisce un quadro multidimensionale di criticità in cui si sommano profili relativi in particolare a povertà, salute, scuola e servizi educativi, disabilità, tecnologie digitali, violenza in ognuno dei quali i diritti dei minori risultano compressi o violati. Eppure, dal punto di vista normativo, l’attenzione ai diritti dei minori è ormai alta ed è presente a più livelli, da quello internazionale, a quello europeo fino ad arrivare alla legislazione statale. Ma qual è il livello di garanzia che in concreto è stato riconosciuto in Italia ai diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia e in quale misura la pandemia ha avuto e continua ad avere anche oggi un ruolo in questo ambito?
Durante il lockdown, il lavoro da remoto è divenuto il “nuovo modo” di lavorare. Le soluzioni adottate, repentinamente e spesso senza una adeguata preparazione, rappresentano, per gli studiosi di organizzazione, una preziosa opportunità di esplorare questioni molto rilevanti. In questo articolo si affrontano i temi dell’inclusione e dell’isolamento. Nello studio, i risultati del lavoro a distanza vengono analizzati in modo integrato rispetto alle pratiche manageriali derivanti dalla sua adozione ed il focus è sulle relazioni tra alcune delle dimensioni relati-ve all'attuazione – strumenti di coordinamento e controllo e processi di supporto sociale – e le percezioni di isolamento e/o inclusione da parte dei dipendenti. I dati analizzati sono stati raccolti attraverso un'indagine quantitativa, effettuata subito dopo la fine del primo lockdown (marzo-maggio 2020) su un campione di 254 lavoratori da remoto inseriti in contesti strutturati gerarchicamente. I risul-tati dell'analisi mostrano che sia gli strumenti di coordinamento e controllo dei risultati, sia il supporto organizzativo e quello dei colleghi rafforzano il senso di appartenenza, orientando positivamente il rapporto tra esperienza di lavoro a distanza e percezione di inclusione. La ricerca ribadisce la criticità delle scelte di progettazione dei sistemi di coordinamento e controllo nel favorire alti livelli di inclusione, ma allo stesso tempo evidenzia i limiti dell'azione progettuale, che ne-cessita di essere integrata da uno sforzo volto a promuovere il supporto sociale sul lavoro.
Questo articolo si propone di studiare il gioco d’azzardo giovanile ed online: in particolare analizza come il consumo di gioco d’azzardo giovanile online si sia evoluto negli ultimi quindici anni, e sia cambiato con la pandemia. In effetti, si ritiene che il gioco d’azzardo digitale e online causino la maggior parte dei danni legati al gioco d’azzardo e contribuiscano ad un aumento dei giocatori pro-blematici. Nonostante il gioco d’azzardo sia vietato ai minori, degli studi mostra-no che questi sono sia spettatori che protagonisti di attività di gioco online e fi-sico. Le misure di lockdown adottate durante la pandemia hanno limitato l’accessibilità del gioco d’azzardo fisico, mentre potrebbero aver accelerato la diffusione del gioco d’azzardo online. I lockdown, infatti, hanno favorito l’uso di Internet tra i giovani e probabilmente hanno determinato un aumento del gioco d’azzardo online, soprattutto tramite smartphone, nell’ambito delle attività onli-ne svolte più frequentemente. In teoria, la necessità della registrazione tramite carta d’identità e della carta di credito dovrebbe limitare il gioco d’azzardo on-line per giovani e minori, ma è necessaria un'indagine più approfondita. Pertanto, combiniamo una serie di statistiche nazionali sul gioco d’azzardo (dati ESPAD, IPSAD e ISS), con il fine di analizzare le principali tendenze sulla preva-lenza di gioco, i profili di rischio e la spesa, nonché di cercare le sue relazioni con altre dipendenze o fattori contestuali. La limitatezza dei dati rende il quadro composito, e occorrerebbero evidenze lon-gitudinali. I lockdown sembrano aver favorito una certa sostituzione tra gioco fisico e online. I dati sul consumo giovanile portano a concludere che, sebbene possa esserci stato un certo aumento del gioco online, il processo è ancora agli inizi e sono necessarie politiche efficaci per ridurre l’accesso dei minori al dila-gare dell’azzardo online.
L’articolo si propone di restituire le principali evidenze emerse dall’indagine “Chiedimi come sto” realizzata dallo SPI Cgil Nazionale con il coinvolgimento di oltre 30 mila studenti su tutto il territorio nazionale. Nel solco della tradizione della ricerca-azione, l’indagine parte dalla voce degli studenti per costruire schemi interpretativi attivando direttamente i soggetti destinatari dell’osservazione prodotta. Oltre a disegnare la dimensione valoriale e fiduciaria degli studenti interpellati e a coglierne alcune caratterizzazioni socio-anagrafiche, l’indagine si interroga su quale sia stato l’impatto della pandemia sulla salute mentale degli studenti, sui condizionamenti emotivi e sull’insorgenza di comportamenti a rischio. Particolare attenzione viene, inoltre, dedicata, a co-me la didattica a distanza sia stata vissuta e come abbia cambiato il rapporto con le istituzioni scolastiche e le relazioni con i coetanei e con il mondo degli adulti. In ultimo, l’articolo si conclude evidenziando i possibili spazi di confronto attra-verso cui costruite ponti intergenerazionali di collaborazione tra sindacati dei pensionati e sindacati degli studenti.
L’articolo è finalizzato a presentare gli esiti dell’emergenza pandemica in termini di salute mentale di bambini e adolescenti in Italia. In particolare, vengono pre-sentati e discussi i risultati di una ricerca realizzata tra i professionisti operanti nel settore della psichiatria e della psicologia specializzati in infanzia e adole-scenza. Lo studio, che si avvale di metodologie quali-quantitative, approfondisce le principali conseguenze del distanziamento sociale in termini psichici. I risulta-ti sono in linea con le principali evidenze sottolineate dalla ricerca internaziona-le e mettono in evidenza gli effetti particolarmente negativi che l’emergenza pan-demica ha provocato sulla psiche dei minori. Emerge come l’interruzione dell’intersoggettività e la digitalizzazione forzata delle relazioni abbia innescato o fatto emergere disturbi della psiche molteplici e variegati, legati anche a va-riabili socio-economiche, alla situazione famigliare pregressa, al territorio di ri-ferimento. La ricerca sottolinea infine come la comprensione e la gestione della salute psichica di queste fasce di popolazione, anche da un punto di vista orga-nizzativo-sanitario, sarà cruciale nell’ottica di medio e lungo periodo.